domenica 29 gennaio 2012

Brics, Pigs, Carbs... GASP!

Negli ultimi anni, negli ambienti economici ha preso piede la tendenza a riunire in acronimi Paesi con caratteristiche simili. Se da un lato questo facilita l’analisi di Stati assimilabili sotto vari punti di vista, dall’altro c’è il rischio di non essere chiari, specialmente nei confronti di chi non mastica economia ogni giorno, riguardo a cosa si parla. Con questo articolo cercheremo, se possibile, di fare chiarezza.
Una decina di anni fa Jim O’Neill, capo economista della Goldman Sachs, coniò la definizione BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) per quelle quattro nazioni destinate secondo molti a dominare questo secolo. Esse infatti sono accomunate da una grossa estensione geografica, una numerosa popolazione, buone risorse naturali, ma soprattutto da un tasso di crescita del Pil molto importante (anche se la recente crisi ne ha ridotto la portata). I suddetti paesi vantano poi un debito pubblico inferiore al 50% del Pil e notevoli riserve valutarie (specialmente la Cina); rappresentando poi il 42% della popolazione mondiale, e dato che in un’economia capitalistica la popolazione è la principale determinante della domanda, andranno incontro ad un grande sviluppo, arrivando a soppiantare i membri dell’attuale G8 (di cui peraltro fa parte anche la stessa Russia). Dal 2009, annualmente, i rappresentanti di queste quattro potenze si riuniscono per avere una piattaforma comune in cui discutere di temi fondamentali come energia, infrastrutture e mercato valutario. L’incontro del 2012 è in programma a Marzo a New Delhi, in India.
Con la crisi del 2008, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna sono stati riuniti nella sigla PIIGS. Questa ha chiaramente un’accezione spregiativa, dato che in inglese pigs significa maiali. In effetti, queste nazioni hanno un debito pubblico molto elevato (superiore al 60% del Pil), ampi deficit commerciali (quindi una bassa competitività dei propri prodotti all’estero), tassi di crescita decisamente non rosei e un elevato deficit pubblico (in Irlanda, nel 2010, questo era il 32,2% del Pil). I governi di questi paesi, in primo luogo quelli portoghese e spagnolo, hanno definito razzista questa definizione, e anche in base a ciò, importanti quotidiani, come il Financial Times, hanno deciso di bandirla dai propri articoli.
Ultimo in ordine di tempo è l’acronimo CARBS (Canada, Australia, Russia, Brasile e Sud Africa). Citigroup, la più grande azienda di servizi finanziari al mondo, ha recentemente rilasciato uno studio in cui definiva quei cinque Paesi “i signori delle commodities”. In essi, che rappresentano il 29% delle terre emerse ma solo il 6% della popolazione mondiale,  si concentra infatti quasi il 90% delle riserve di platino, nichel, rame, oro, ferro e bauxite, che li hanno messo al riparo perfino dall’attuale recessione. Dal 2003 ad oggi, infatti, il rapporto debito pubblico/Pil è diminuito del 10% (mentre quello statunitense è cresciuto del 38%) e il Pil, in media, è cresciuto del 4% (il Sud Africa, il “peggiore” dei cinque, ha registrato un comunque notevole 3,8%). Proprio facendo leva sull’esportazione delle proprie risorse minerarie, l’economia di questi Paesi è dunque migliorata, e di molto. Proprio per questo, il valore delle proprie valute è aumentato, fatto che porterà secondo alcuni a una futura riduzione delle esportazioni: le prospettive restano comunque assai positive. Va detto che un ruolo importante per i Carbs è giocato dalla Cina, che richiede sempre più risorse per la costruzione di infrastrutture e ferrovie, oltre che, naturalmente, per le trasformazioni industriali.

venerdì 28 ottobre 2011

Time to change in Italy

La lettera inviata dal Governo alla UE mercoledì scorso è stata accolta positivamente sia dalle istituzioni europee, sia dai mercati. In effetti, ieri Milano ha chiuso con un bel +5.49%.
Tuttavia oggi si è  registrato un -1.78% (la peggiore prestazione tra i principali listini europei). Secondo chi scrive, ma è ipotesi diffusa, proprio la lettera inviata a Bruxelles sarebbe la causa principale della chiusura in rosso odierna: se da un lato le proposte italiane sono state benviste in sede europea (tanto che pochi minuti dopo la consegna del testo, il premier polacco le considerava "molto buone"), dall'altro dopo due giorni i mercati hanno dato prova di non confidare troppo nelle possibilità dell'attuale Governo italiano nel mantenere gli impegni presi. Cosa del resto condivisibile, almeno secondo me, data la debolezza di unesecutivo che da ormai un anno poggia su una trentina di parlamentari dall'opinabile reputazione (i cosiddetti Responsabili, mah...) e che ha perso ben 92 volte in votazioni su mozioni presentate alla camera.
Insomma, come direbbero gli amici d'oltremanica, dear Silvio, time to go...

mercoledì 26 ottobre 2011

Gli zimbelli d'Europa

Ho scelto per questo nuovo post un titolo volutamente provocatorio, ma, purtroppo, realistico allo stesso tempo.
Sto pensando infatti alle risatine di Sarkozy e Merkel dello scorso sabato, risatine sorte quando una giornalista ha chiesto ai due leader cosa pensassero delle rassicurazioni fornite dal governo Berlusconi riguardo le riforme economiche strutturali richieste dalla BCE. Un tema tra i più importanti è quello delle pensioni (si sta pensando di alzare l'età pensionabile a 67 anni) e l'importanza e la necessità di cambiamenti nell'economia è avvertita anche dai mercati, tanto che per l'intera mattinata il FTSE-MIB non ha subito variazioni.
Sulle pensioni stiamo avendo un grande scontro in seno al Governo stesso, dato che Bossi si è duramente opposto all'ipotesi succitata (e il suo risentimento è aumentato quando gli hanno fatto notare che sua moglie è in pensione da quando aveva 39 anni). Dunque, operare riforme nel settore pensionistico sarà assai difficile: da un lato, il Pdl è ostacolato dall'opposizione del leader leghista, dall'altro, vari esponenti del Pd si oppongono all'idea di "far cassa con le pensioni" (senza pensare di usare invece quel denaro per operare investimenti per la crescita del Paese).
Il più grande problema italiano è l'elevato debito pubblico, maggiore rispetto al nostro pil. Il punto di partenza è questo: l'Italia ha come obbiettivo il mantenere il rapporto spesa pubblica/pil, indicativamente, intorno al 45% (nei Paesi UE si oscilla tra il 40 e il 50%). Dato che però il 15% è impiegato per pagare le pensioni, il 10% per la sanità pubblica e il 7,2% per gli interessi sul debito, rimane un misero 12,8% per coprire tutte le altre spese dello Stato (come la sicurezza). Pertanto saranno necessari interventi per ridurre il debito e dunque la spesa per interessi su di esso. Una via d'uscita? Dato che il rapporto debito pubblico/pil dipende a sua volta dal rapporto tra tasso d'interesse reale e tasso di crescita, sarà opportuno operare per migliorare la crescita con interventi strutturali.
Questa vuole essere una breve, ma, almeno nelle mie speranze, chiara osservazione sulla situazione economica italiana attuale. Ovviamente sono aperto a critiche e scambi d'opinione.

mercoledì 12 gennaio 2011

A reflection about "L'impero di Cindia" by F.Rampini

It was yesterday when I finished the reading of the book L'impero di Cindia by Federico Rampini, one of the most important Italian journalists (he has also teached at the universities of Berkeley and Shangai).
I find it is a good book: its main theme, as the Italian title suggests, is an analysis of China, India and of their great growth.
In the first part, it deals with the Indian world, explaining its democracy, the high quality of studies in the computer science sector, as well as the shame represented by the castes and the incredible contradicton of a country where in front of a modern university you can find  pasturizing cows.
The other two parts of the book concern China, including its difficult relations with Japan. Also in this case the author does a deep analysis of the country: on the one hand, the incredible development of its industrial sector and the still increasing population; on the other hand, the problems and the faults of the communist regime, the child labour and the disparity among Hans, Tibetans and Uyghurs.
Despite all the problems, we can not deny the fact that those two nations will be the most important in this century. We can not continue ingnoring or undervaluing them, because in this way we will do nothing else but  condemn ourselves and the future of our sons.